Nonostante il GAFI abbia apprezzato i progressi di Monaco già ad ottobre scorso, con le riforme e le sanzioni richieste per il 2026, resta ancora in lista grigia. Perché?

Monaco ha riformato le sue leggi, rafforzato i controlli, aumentato le sanzioni e potenziato le autorità di vigilanza. Il Groupe d’action financière GAFI lo riconosce nero su bianco. Eppure il Principato resta in lista grigia.
Una permanenza che solleva una domanda sempre più pressante nell’opinione pubblica: perché Monaco continua a essere monitorata mentre altri Paesi, dalla reputazione ben più opaca, figurano in lista bianca?
Lista grigia ma con chi? Il problema dell’accostamento
Formalmente, la lista grigia del GAFI indica le giurisdizioni sottoposte a “monitoraggio rafforzato”. Non è una black list. ma la percezione conta e qui nasce il cortocircuito.
Monaco si ritrova affiancata a Paesi come lo Yemen, la Siria, la Rapubblica Democratica del Congo, il Venezuela, il Libano. Tutti Stati segnati da guerre, collasso istituzionale, violazioni sistemiche dei diritti umani, traffici illeciti e flussi di denaro legati ad armi, milizie o corruzione strutturale.
Cosa ha davvero in comune Monaco con questi Paesi?
La risposta, nei fatti, è: nulla! Il paradosso è quello dello lista bianca dove figurano Paesi la cui applicazione reale delle norme anti-riciclaggio è quantomeno discutibile. Giurisdizioni dove: i sequestri di beni sono rari o simbolici; la trasparenza societaria è limitata; i controlli sulle élite economiche sono deboli. Eppure non sono sottoposte a monitoraggio rafforzato.
Il paradosso è evidente: Monaco viene giudicata con un livello di severità superiore, proprio perché è una piazza finanziaria piccola, visibile, facilmente monitorabile e politicamente molto stabile, con alta qualità della vita e una fiscalità equiparata alla Francia ma un bersaglio “perfetto” per dimostrare il rigore del sistema GAFI.
Il vero nodo: non le leggi, ma i numeri
Il GAFI non contesta più il quadro normativo monegasco, ormai ampiamente allineato agli standard internazionali. Il nodo resta l’efficacia quantitativa: sequestri considerati non abbastanza elevati; confische giudicate insufficienti in valore assoluto; numero di procedimenti penali ritenuto ancora migliorabile.
Qui però emerge un limite strutturale dell’approccio: Monaco è grande 2 km². Il volume economico, per quanto rilevante, non è paragonabile a quello di grandi Stati. Pretendere gli stessi importi sequestrati di Paesi-continente significa ignorare la proporzione.
Non un paradiso fiscale ma un caso politico-reputazionale
Una cosa è certa: Monaco non è un paradiso fiscale. Ha aderito agli standard internazionali, coopera con le autorità straniere, ha rinunciato da tempo alla logica dell’opacità. Paradossalmente, è proprio questa scelta ad aver aperto una fase di esposizione e scrutinio continuo. C’è poi la decisione di aver sospeso le discussione sull’accordo d’associazione con l’Unione Europea che ha probabilmente accentuato l’isolamento politico del Principato, rendendolo più vulnerabile a letture rigide e meno indulgenti.
Conclusione: una lista grigia che dice molto del sistema
La permanenza di Monaco in lista grigia non racconta una mancanza di volontà, ma piuttosto un’applicazione estremamente tecnica e talvolta astratta dei criteri GAFI; una disparità di trattamento tra giurisdizioni e un problema di percezione più che di sostanza.
Finché Monaco continuerà a essere affiancata, anche solo simbolicamente, a Stati falliti o sotto sanzioni internazionali, la questione non sarà solo tecnica ma politica.
E forse la vera domanda non è più, perché Monaco è ancora in lista grigia? Piuttosto: quanto è coerente, oggi, l’inserimento di alcuni Paesi nelle liste del GAFI ?
