Teatro des Variétés gremito per l’apertura della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Tra emozione, ironia e storie vere, il giornalista Gramellini racconta i suoi 52 eroi quotidiani.

Grande successo a Monaco per la prima serata della XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, organizzata dall’Ambasciata d’Italia nel Principato e dal Comitato Dante Alighieri di Monaco. Il Théâtre des Variétés, gremito in ogni ordine di posti, ha accolto con un caloroso applauso Massimo Gramellini, protagonista dell’incontro dedicato al suo nuovo libro Beato il popolo che ha bisogno di eroi.
La manifestazione, quest’anno dedicata al tema Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano, è stata aperta dalla presidente del Comitato Dante Alighieri, Maria Betti, che ha consegnato una medaglia di bronzo a Doriana e Claudio Marzocco, appassionati d’arte e cultura e sostenitori delle iniziative della Dante Alighieri, tra cui proprio l’incontro con Gramellini.
È stata poi l’Ambasciatore d’Italia nel Principato, Manuela Ruosi, a introdurre il giornalista e scrittore, accolto dal pubblico con grande entusiasmo.
Gli eroi che non sanno di esserlo

Ma chi sono gli eroi di Gramellini? Non personaggi invincibili, dotati di poteri straordinari, bensì persone comuni: uomini, donne, giovani e persino bambini che, trovandosi davanti a situazioni impreviste, compiono gesti di coraggio e generosità senza rendersi conto di essere diventati, proprio in quel momento, degli eroi. Il giornalista ribalta così l’immagine tradizionale del supereroe. Il vero eroe è un essere umano fragile, con le proprie ferite e paure, che trova la forza di non arrendersi allo sconforto e di aprirsi agli altri.
Le 52 storie del libro accompagnano il lettore in un viaggio ideale dall’infanzia alla vecchiaia, attraverso episodi di coraggio, solidarietà, perdono e amore. Gramellini ha definito il suo libro un massaggio per la psiche, un antidoto al cinismo e allo smarrimento dei nostri tempi. « In fondo gli eroi siamo noi, che ci svegliamo ogni mattina e iniziamo una nuova giornata« , ha spiegato.
Tra gli episodi raccontati, quello di Martina, una giovane carabiniera inviata su un ponte tibetano dove una donna minaccia di togliersi la vita. La donna, invece di ascoltare i tentativi di persuasione, chiede alla ragazza di parlarle di sé. Martina, timida e riservata, trova improvvisamente il coraggio di aprirsi: racconta la propria vita, le difficoltà, gli insuccessi e le gioie. Poi è lei a rivolgere una domanda alla donna, ricordandole i figli che la amano e la aspettano. Un dialogo inatteso, nel quale l’ascolto e la capacità di condividere le proprie fragilità diventano più importanti di qualsiasi discorso preparato.
La lettera di un bambino al padre che non c’è più
Un’altra storia, tenerissima, è quella di un bambino inglese che, dopo aver perso il padre, decide di scrivergli una lettera. Non riuscendo ad accettare la sua scomparsa, la imbuca con tanto di francobollo, sperando che possa raggiungerlo. Qualche tempo dopo arriva una risposta, con tanto di timbro postale. Il postino non finge di essere il padre, non inventa un’impossibile conversazione dall’aldilà. Scrive semplicemente al bambino che la sua lettera è stata consegnata e che, se lo desidera, potrà continuare a scriverne altre. Un piccolo gesto di umanità, capace di offrire conforto a un bambino nel momento più difficile.
Il ricordo del padre e del Grande Torino
Ma è stata forse l’ultima storia, quella dedicata al padre dello stesso Gramellini, a suscitare nel pubblico il sorriso più affettuoso e una particolare emozione.
Un uomo dal carattere forte, un po’ burbero, appassionatissimo del Grande Torino, la squadra leggendaria scomparsa nella tragedia aerea di Superga nel 1949. Gramellini ha ricordato quando, ancora bambino, non riusciva a comprendere perché il buon Dio avesse permesso che l’aereo si schiantasse proprio contro una chiesa. Una contraddizione che lo portava a rifiutarsi di accompagnare il padre e lo zio alla messa di commemorazione dei giocatori.
Poi il racconto si è fatto più intimo. Il giorno del funerale del padre, Gramellini chiese all’autista del carro funebre un favore insolito: compiere un giro d’onore attorno allo stadio Filadelfia, il campo dove aveva giocato il Grande Torino e che ormai era ridotto a un insieme di rovine. L’autista accettò. E così il corteo funebre si ritrovò a girare attorno a quello stadio abbandonato, tra lo stupore delle persone nelle automobili al seguito, che non comprendevano il motivo di quella deviazione. Fu proprio in quel momento che Gramellini, per la prima volta dalla morte del padre, si commosse e pianse.
Un ultimo giro d’onore per un uomo che aveva amato profondamente la sua squadra. E un figlio che, attraverso quel gesto, riusciva finalmente a dare voce al proprio dolore.

