Il Nouveau Musée National de Monaco presenta a Villa Paloma l’opera dell’artista rumeno Victor
Brauner (1903-1966).


La mostra, curata da Camille Morando, responsabile della documentazione delle collezioni moderne del Centro Pompidou di Parigi si compone di sessanta pezzi, tra disegni, dipinti e sculture che coprono l’intero arco creativo dell’artista, dagli anni Venti agli anni Sessanta, tutti provenienti da una collezione privata monegasca e per la prima volta esposti al pubblico.
Insieme alle opere di Brauner compaiono anche dieci oggetti d’arte primitiva dell’Africa e dell’Oceania di proprietà dell’artista, prestati dal Museo d’arte moderna e contemporanea di Saint Étienne Métropole al quale la moglie dell’artista, li aveva donati. Tenuti dall’artista nell’atelier, sono presenze che nutrono il suo pensiero poetico. Dice la curatrice: «testimoni d’una fraternità universale tra gli uomini, gli oggetti e le forze invisibili che li attraversano» e «punti di passaggio verso altre culture, altre credenze, altre maniere di abitare il mondo».
Il ritratto interiore di Brauner
Camille Morando ha concepito la mostra come un ritratto interiore che conduce lo spettatore nel mondo fantastico e in continua metamorfosi di Brauner, all’interno di un laboratorio immaginifico dove gli sguardi, il bestiario fantastico, le invenzioni e l’umorismo sposano il pensiero mitico. «La mia pittura è autobiografica, racconta la storia della mia vita. E la mia vita è esemplare perché è universale» asseriva Brauner. Una vita attraversata da guerra, esilio, isolamento e una propensione al metafisico presente sin dall’infanzia, il padre Schmul era seguace dello spiritismo e l’ambiente familiare in cui crebbe Brauner era quindi impregnato di un immaginario fatto di apparizioni, presenze invisibili e comunicazioni con altri mondi.
L’occhio, ad esempio, che appare in molte sue figurazioni, è presenza ossessiva, quasi premonitrice prima che potesse essere letto come richiamo alla sua situazione personale: aveva perso l’uso dell’occhio sinistro nel 1938 in una rissa. Sin dalle prime sale è fisso sul visitatore, onnipresente, lo guarda, lo chiama, lo interroga.
Sono creature ibride le protagoniste del mondo fantastico dell’artista, «lo stregone dei Carpazi»,
sembrano appartenere ad un universo leggendario che unisce culture diverse, segni da civiltà arcaiche lontane tra loro e una fervente fantasia onirica e giocosa, al di fuori dal tempo, esseri con volti umani e corpi di animali, situazioni in cui l’assurdo e il sogno vengono accolti nella normalità del reale quotidiano. Sono diversi gli animali presenti nel repertorio di Brauner «sono molto più libero quando sono un cane» confessa, e ricorda come tutti noi all’origine dei tempi siamo stati pesci, « come a sottolineare la continuità che unisce tutte le forme viventi» spiega la curatrice. Pensiero fantastico, attenzione all’esoterico e ironia creano i materiali da cui sgorga tutta l’opera di Brauner che, giovane artista delle effervescenti avanguardie di Bucarest, dalla Romania giunge a Parigi dove incontra Delaunay e Chagall (in un primo soggiorno), diventa amico del suo conterraneo Brancusi e viene presentato nel 1933 da Yves Tanguy a André Breton, padre del Surrealismo. Godendo dell’amicizia e della stima di Breton, si unisce al gruppo dei Surrealisti, pur restando spirito indipendente. Per lui «ogni dipinto è un’avventura», una nuova creazione di una mitologia personale.
Quando, scappato da Parigi durante l’occupazione nazista, si ritrova a vivere in clandestinità, con pochi mezzi, inizia a creare con la cera che fa colare dalle candele accese, inventando un nuovo linguaggio plastico, a encausto e graffito, fatto di immagini suggestive in trasformazione. Geroglifici egizi, codici precolombiani, come i tarocchi sono per Brauner fonte di ispirazione. La sua libertà non gli consente di legare ad un unico filone una pittura originale, eterogenea e singolare che non costringe ad un’interpretazione univoca, ma permette plurime letture. Anche quando sembra allo spettatore di non riuscire a trovarne la chiave dell’enigma, di sicuro aprirà percorsi inediti di domande e porterà con sé un invito: saper accogliere la meraviglia.
Un film con materiali d’archivio conduce tra gli spettatori Brauner che parla della sua vita in cui guerra, privazioni sono state il terreno entro il quale sono nate le sue creazioni e la sua ricchezza poetica, mentre lettere, fotografie e progetti espositivi completano il percorso espositivo e il cammino alla scoperta dell’artista.
L’allestimento scenografico dell’esposizione, realizzato da Christophe Martin che ha voluto soffitto, muri e pavimento di ciascuna zona tutti dipinti con la stessa tonalità, crea un’atmosfera immersiva in cui le opere «sembrano fluttuare nello spazio», come appare alla curatrice.
Correda la mostra, per continuare ad approfondire una figura artistica tanto enigmatica quanto affascinante, un bel catalogo pubblicato dalle edizioni Hatje Cantz.

